di Claudia Rosati (Consiglio Nazionale della Federazione della Sinistra)
A
partire dal 2008 con il palesarsi delle contraddizioni del sistema
capitalista si è assistito, ed era inevitabile, all'irruzione nel
linguaggio comune e quotidiano del concetto di crisi.
Così,
dopo molti anni caratterizzati da una forte contrapposizione fra i
pochi, che comunque indicavano, almeno, le ingiustizie prodotte dalle
contraddizioni del capitalismo e i molti che invece di quest'ultimo
ne lodavano i progressi e le magnifiche sorti, siamo giunti ad una
fase manifestamente diversa: il carattere strutturale dell'attuale
crisi ha cominciato ad incrinare quel cemento ideologico,
sovrastrutturale, che aveva sostenuto le fondamenta del capitalismo
neoliberista dagli anni '80, ovvero ne aveva costituito il consenso.
Certamente
questa affermazione va precisata
e articolata perché così potrebbe sembrare semplicistica e
meccanicistica, cioè viziata da determinismo economicista.
Il
processo di sgretolamento del consenso si presenta ovviamente con
varie gradazioni: si va dai fenomeni maturi della ripresa del
conflitto sociale vero e proprio ad una sensazione
diffusa di
disagio e alienazione che si respira nel quotidiano, una sorta di
sub-coscienza
imprigionata
nell'antipolitica, che può assumere le caratteristiche reazionarie
di una “rivoluzione passiva” - fascismo, autoritarismo, razzismo,
populismo - e di cui, sul piano europeo, l'affermazione della destra
xenofoba al primo turno delle presidenziali francesi e della destra
nazista in Grecia ne sono l'emblema.
In
ogni caso è tornato a farci compagnia il grande tedesco: Carlo Marx.
L'effetto
della crisi ha fatto cioè tornare in auge concetti che qualcuno
aveva dato per morti e sorpassati e che rappresentano il patrimonio
storico d'analisi del movimento comunista: contraddizione, conflitto
capitale-lavoro, alienazione, rivoluzione passiva, concetti
essenziali per capire la crisi in atto.
Politici
ed economisti che fino a qualche anno fa davano per sepolta l'analisi
di Marx ne elogiano oggi la lucidità e
l'attualità.
E
tuttavia questo non può indurci a facili compiacimenti per due
ordini di motivi.
Innanzitutto
non può abbandonarci la consapevolezza della portata dell'attuale
ristrutturazione capitalista per la nostra stessa agibilità
politica. L'inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione,
frutto delle politiche recessive, che sta coinvolgendo l'intera zona
euro, prefigura un ruolo preciso che l'Europa e i lavoratori europei
avranno nello scenario mondiale.
Se
pensiamo che tra il 1975 e il 2006, in Italia, la quota dei redditi
da lavoro è passata dal 69,7% al 53,3% del PIL e che tra il 1993 e
il 2005 la quota andata ai profitti è passata dal 23,1% al 31,3%
(Commissione Europea ,“Employment in
Europe”, 2007) ci possiamo rendere conto di
quanto profondamente sia mutato il quadro socio-economico del paese.
Perciò
il rapporto di distribuzione della ricchezza nel PIL, che già così
rappresenta un drammatico indicatore dei rapporti di forza fra
lavoratori e poteri forti nell'ultimo trentennio, rischia di essere
solo il prodromo di una totale perdita di tutte le conquiste ottenute
dal dopoguerra ad oggi, con un ulteriore restringimento degli spazi
democratici.
L'altro
elemento che non può indurci a facili compiacimenti attiene proprio
al ruolo riconosciuto a Marx.
Del
resto quasi tutti gli osservatori economici e politici ricordano e
sottolineano ad arte il ruolo del Marx economista separandolo dal
Marx politico e “dimenticandosi” che il tedesco oltre a Il
Capitale ha scritto anche il Manifesto
del Partito Comunista: ci permettiamo di
suggerire, per dirla in una battuta, che non si tratta di un Marx
omonimo.
E'
da qui che dovremo ripartire nella riflessione per evitare di
assumere anche noi la medesima dicotomia fra il Marx politico e il
Marx economista, scordandoci che la sola analisi o presa d'atto delle
ingiustizie e delle contraddizioni del capitalismo è condizione
necessaria ma non sufficiente per produrre un cambiamento.
Separare
il Marx de Il capitale da
quello del proletari di tutto il mondo
unitevi, o rimuovere il Gramsci del dovere
dell'organizzazione equivale a soccombere
alla frammentazione alla
quale ci vuole condannare il capitale e rinunciare così
a porsi l'obbiettivo essenziale per i comunisti, e l'intera sinistra,
della ricomposizione del soggetto della trasformazione.
Qualsiasi
discussione che non parta da ciò che abbiamo appena detto e ponga la
questione dell'unità delle forze della sinistra e anticapitaliste su
base volontaristica ci condanna alla subalternità.
Del
resto l'attuale crisi ha fatto emergere, in tutta la sua forza, il
conflitto capitale-lavoro, che non può essere più nascosto e
sottaciuto. Esso deve rappresentare il faro per la costruzione di un
processo unitario.
Se
infatti la nostra recente storia ci ha fatto conoscere fasi in cui
molti hanno creduto che fosse sufficiente coordinare le varie e
diverse lotte sui territori, quasi si assumesse che la semplice somma
aritmetica dei movimenti potesse essere in grado di generare una
trasformazione, oggi, per chi non vuole essere miope, occorre fare un
passo in più.
Finché
i molti saperi rappresentati dai fuochi delle molte resistenze
diffuse, non solo in
Italia, si arresteranno all'analisi del
contingente, seppur importante, ma parziale, non sarà possibile
costruire un soggetto unitario in grado di fare sintesi entro un
quadro d'analisi più generale, unica prospettiva per incidere nella
realtà ed essere dunque all'altezza dell'attacco-scontro che la
crisi in atto ci pone davanti.
Si
può veramente pensare ad una società più equa e giusta senza
precarietà, emarginazione, guerre, miseria, senza privatizzazioni,
senza TAV e nucleare, con una scuola pubblica e una sanità fuori
dalle logiche del mercato e senza le mille altre ingiustizie che
vengono denunciate da decenni senza intaccare la madre di tutte le
ingiustizie e da cui tutte le altre discendono,
ovvero lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo nel
meccanismo di produzione capitalistico, che
genera il profitto?
Se
questo è il punto centrale della questione, minimo comune
denominatore è il lavoro che per il capitale rappresenta il perno su
cui fonda la propria essenza, l'accumulo, e che per tutti noi è
stato e non può non essere
la leva dell'emancipazione e della trasformazione dei rapporti
di forza nella realtà. Ciò è in grado di scardinare le logiche
interclassiste che nel corso di questi ultimi 20 anni hanno inquinato
il dibattito, necessario, per la ricomposizione di una sinistra
unitaria.
Tuttavia
sarebbe indispensabile porre fine intanto alle inutili diatribe fra
apparentemente distinte posizioni. Una contrapposizione questa solo
necessaria al mantenimento di ridicole posizioni conquistate nella
residualità di un tempo che ci ha consentito a tutti di assumere
ruoli “buoni” solo in tempi di “pace”, ovvero nei tempi in
cui il conflitto ristagna, una contrapposizione che inevitabilmente
impedisce l'indispensabile riflessione su quello che è necessario ma
non c'è!
Di
fronte allo scenario globale di crisi economica, occorre prendere
coscienza del proprio ruolo nella società trasformandosi da soggetto
isolato o individuale (e quindi subalterno) a soggetto collettivo:
uniti siamo tutto, divisi siam canaglia!!
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